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    DOTTORESSA LILLI ROMEO

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La diagnosi psicoanalitica

Valutazioni

Gabbard (1994) definisce la diagnosi psicoanalitica una diagnosi “comprensiva” in quanto tesa a “comprendere” il paziente nella sua unicità.
Nancy McWilliams (1994) la descrive come un processo di raccolta e di organizzazione delle informazioni su di un paziente al fine di raggiungere una migliore comprensione della persona, un processo indispensabile al clinico per poter assumere delle decisioni terapeutiche con cognizioni di causa.
Da questo punto di vista, la diagnosi non si riduce a un esercizio di classificazione, come avviene invece nella diagnosi descrittiva (DSM), bensì ha lo scopo di precisare lo specifico problema del paziente comprendendone fondamentalmente la dimensione soggettiva.
Deriva dal materiale acquisito nel corso del colloquio prima, e della psicoterapia dopo. Ha una funzione orientativa importantissima a ogni livello e in ogni fase dell’intervento ed ha come finalità principale l’attività conoscitiva e trasformativa, in quanto anche se non può ancora promuovere un reale mutamento, può tuttavia avviarlo, prospettando al paziente una possibile via d’uscita, attraverso la riformulazione dei suoi problemi.
L’indagine diagnostica a orientamento psicoanalitico muove dal superficiale (il sintomo) per accedere al profondo (le cause): in tal modo la singolarità del sintomo si connette all’insieme degli elementi che compongono la personalità del paziente, in un processo che conduce dall’elemento isolato all’insieme (o struttura), dal semplice al complesso, dal presente al passato e viceversa.


La più importante rivoluzione psicoanalitica in ambito diagnostico è relativa proprio ad un diverso modo di considerare il sintomo, che non è più identificato con l’aspetto “oggettivo” della patologia (cioè con l’alterazione oggettiva dello stato normale o condizione evoluta in rapporto a specifici processi patogeni), bensì è visto come sostituto dell’inconscio.

Con Freud i sintomi sono indizi del ritorno del rimosso sia sotto forma di difesa sia sotto forma di formazione sostituiva. Sono espressione delle difese patologiche messe in atto, ma sono anche simboli, nel senso che stanno al posto dell’inconscio per rappresentarlo indirettamente […] e devono essere valutati come una forma di comunicazione non verbale a cui l’osservatore deve dare senso per ricondurre alla coscienza i conflitti e le difese che li hanno prodotti.
La diagnosi dipende strettamente dalle modalità dell’incontro dell’osservatore con l’oggetto osservato (il soggetto sofferente): dalla sua capacità di porsi in relazione e mettersi in contatto con i processi inconsci sottostanti alla comunicazione del paziente e dalla sua capacità di sentire dentro di sé.
Si tratta di un’identificazione transitoria che partecipa alla qualità e non all’intensità dei vissuti altrui, alla loro natura ma non alla loro quantità.

 

Una valutazione diagnostica efficace è sempre più oggi una formulazione in rapporto con la capacità del clinico di empatizzare con il paziente, cioè di condividere, sperimentare, sia pure temporaneamente, i sentimenti di un’altra persona, di conoscerla nella sua dimensione affettiva profonda, di individuare i processi psichici inconsci nella stessa prevalenti al fine di poterla inquadrare anche a livello nosografico.

Deve riguardare almeno tre livelli descrittivi:

  • quello delle difese: delle loro caratteristiche, della loro frequenza e della loro intensità
  • quello psico-genetico, capace di cogliere le relazioni tra i processi psichici del (paziente), gli stadi di sviluppo e le relative funzioni
  • quello della struttura della personalità: dell’organizzazione complessiva e delle modalità con cui un soggetto si pone in relazione con gli oggetti del suo mondo esperienziale (McWilliams, 1999, pp. 7-12).

 

La diagnosi psicoanalitica si configura principalmente come una diagnosi del carattere. Nel formularla bisogna valutare l’area entro la quale è possibile inserire il livello di disagio presentato dal paziente, valutazione che ha a che fare con il quanto e il come una persona sta male, cioè con le modalità specifiche con le quali il paziente da un lato esprime il suo disagio e dall’altro è contemporaneamente riuscito a trovare un livello di coerenza fino a quel punto sostenibile.

Quindi per comprendere la struttura essenziale del carattere di un essere umano è necessario valutare due dimensioni distinte e tra loro interagenti:

  • il livello evolutivo dell’organizzazione della personalità
  • lo stile difensivo all’interno di quel livello.

 

La prima dimensione descrive il grado di individuazione o di patologia (psicotico, borderline, nevrotico, “normale”) della persona; la seconda identifica il tipo di carattere (paranoide, depressivo, schizoide, ecc.)” (idem., p. 60).

 

Freud S. (1915-17), Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino Gabbard Glen O. (1995), Psichiatria Psicodianamica, Raffaello Cortina, Milano McWilliams N. (1999), La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio, Roma

per approfondire

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